Dato per Morto, la Madre si Oppose alla Donazione degli Organi: è Vivo

Il ragazzo vissuto due volte e la caccia dei genitori a chi lo ridusse in coma

Luca Mongelli nel 2002 aveva sette anni. I giudici elvetici non credettero al suo racconto.

Trovato nella neve in Svizzera: «Pestato per razzismo». Dato per morto, la madre si oppose alla donazione degli organi

GIOVINAZZO (Bari) – Nel suo mondo da bambino di sette anni i cattivi si chiamavano tutti «ladri», qualunque cattiveria avessero fatto. E quel 28 maggio del 2002, riemerso appena cinque giorni prima da un coma di tre mesi e mezzo, Luca lo sussurrò a sua madre Tina, con la vocina impastata di medicine: «Mamma, trovate i ladri, c’è un signore che m’ha spinto, c’hanno paura di andare in prigione». Mamma Tina lo filmò, perché giudici e poliziotti sapessero, in quella Svizzera fredda che non era il loro paese. Ma i cattivi, che l’avevano ridotto a un corpicino aggrappato alle cannule e all’amore dei suoi genitori, riuscirono a scamparla allora, e ancora non hanno un nome, adesso.

Adesso, quasi dieci anni dopo, il ragazzino vissuto due volte dice: «Quelli che mi hanno fatto questa cosa sono stati dei gran bastardi», dalla sua sedia a rotelle che ha due Ferrari disegnate sui fianchi, fissandoti con occhi dolci che vedono solo vuoto e buio. Ma lo dice sorridendo, suonando al piano La vita è bella di Piovani, che la maestra di musica gli ha insegnato per rieducargli le mani rattrappite dagli spasmi. Perché da questa casa vicina al mare, venti minuti da Bari, l’odio è bandito: «Non ne abbiamo il tempo», spiegano mamma Tina e papà Nicola, «Nico». Già, non c’è tanto tempo, quando per restituire a tuo figlio una possibilità devi sgobbare come un matto o fargli tre ore di fisioterapia al giorno, giù nel garage trasformato in palestra; quando devi organizzare cure e operazioni fino in America, e inventarti un perché buono a scacciare il terrore dai ricordi dell’altro tuo figlio, il più piccolo, Marco, allora di quattro anni appena.

Diciotto minuti dura quel filmato terribile che mamma Tina girò nell’ospedale di Sion al suo Luca, dato per morto da tutti, ritrovato seminudo la sera del 7 febbraio in mezzo alla neve di Veysonnaz, seicento anime avvelenate di xenofobia nel cuore montano della francofona Svizzera Vallese.

Dovevano donare i suoi reni e il suo fegato a due bimbi come lui.

Mamma Tina s’impuntò, contro l’evidenza e persino contro papà Nico che aveva già firmato per l’espianto:

«Luca è vivo, lo sento». Aveva ragione. Luca Mongelli era stato seviziato e abbandonato in un gelo che ne avrebbe fermato il cuore abbastanza a lungo da lederne il cervello ma, per lei, tornò indietro dalla morte.

Con la sua tetraparesi, la cecità, le giornate come gradini d’una risalita impossibile. I giudici svizzeri dissero che a ridurlo così, coi vestiti non a brandelli ma appoggiati nella neve accanto a lui, senza un morso addosso ma con segni che paiono frustate sulle natiche, era stato il suo cane, Rocky, un pastore tedesco di sei mesi, poi soppresso.

L’inchiesta, bisogna pur dirlo, sembra una burla, nutrita di pregiudizi anti-italiani, avvelenata da errori grotteschi (sbagliarono perfino a identificare la scena dell’aggressione e, quando andarono nel posto giusto, tutte le orme erano cancellate o confuse da quelle dei curiosi). In quel filmato di diciotto minuti Luca racconta una persecuzione che chissà da quanto durava («mi facevano bere le formiche») rispondendo alle domande caute della sua mamma («io andavo in bici e quello in bici, io alle corse e lui alle corse…»). Marco, rimasto nascosto dietro un albero quella sera di febbraio, disegnò poi a scuola la scena di tre ragazzi grandi che infierivano sul fratello maggiore. Erano di buona famiglia, forse, con le coperture giuste. In questa storia, la vittima indica i carnefici sin dall’inizio. Ma i giudici dicono che Luca non era attendibile perché la sua mente era danneggiata e che Marco non lo era perché troppo piccolo. Il 7 febbraio dell’anno prossimo scadono dieci anni, scatta la prescrizione.

«Ci appelliamo al ministero degli Esteri perché chieda agli svizzeri di riaprire l’inchiesta. Luca merita la verità», spiega papà Nico, che fatica duro da sempre, s’è laureato a Ginevra lavorando, ora dirige una catena di diciotto ristoranti: cinque giorni a Zurigo a far soldi per curare Luca, il finesettimana qui a Giovinazzo a guardare i risultati di quelle cure, nella casa dove Tina e i bambini sono tornati dopo «l’incidente», come lo chiamano. Ha ingaggiato perfino la profiler del caso Dutroux e un investigatore privato, papà Nico. Quando successe, aveva un ristorante italiano, lì a Veysonnaz. Un giorno che mise in vendita Montepulciano d’Abruzzo a due franchi, gli dissero: «Vuoi farti sparare? Coi buoni vini vallesi che abbiamo…». Il clima era quello, quando Luca venne massacrato, forse il piccolo italiano senza amici andava punito anche per quel papà che non si lasciava sottomettere. Non è sempre così, forse non più. Nel cantone questa storia è diventata l’affaire Luca, i giornali hanno picchiato sui giudici inconcludenti e titolato quando i Mongelli sono approdati alla Vita in Diretta : «La Rai in campo con Luca». In diecimila a Sion hanno firmato una petizione per la riapertura dell’inchiesta. Mamma Tina e papà Nico sono confortati mentre lo raccontano, e mettono via in fretta il filmato di quel 28 maggio, «prima che Luca torni da scuola».

È mezzogiorno, sabato è vacanza dalle terapie, si fa solo musica: ma prima i compiti, con mamma non si scherza. Il bambino che secondo i giudici vallesi aveva la mente devastata per sempre, e che se si fosse salvato sarebbe rimasto isolato nel silenzio come un sasso nel deserto, ha preso sei al compito di greco e appena finito quello di latino: fa il quarto ginnasio al liceo di Giovinazzo (con un’insegnante di sostegno), e ci recita la versione a memoria, «il territorio della Grecia è montuoso». Ridacchia spesso, facendosi un po’ beffe di noi: «Tutta ‘sta fisioterapia va bene, ma devo uscire, se no come me la trovo una ragazza?». Nella casa, ridisegnata su di lui e sulla sua sedia a rotelle, grandi spazi, vani enormi, attrezzi ovunque: il passato torna a soffiare come tramontana quando non te l’aspetti. «Mi fai rivivere la mia storia, tu, e non è molto piacevole». Poi, sussurrando: «… ma dato che quelli non mi possono sentire…». Quelli chi, Luca? «Quelli che mi hanno fatto male». Ci vuole cautela, lo spettro dei suoi carnefici può riaffacciarsi dietro una porta, oltre un corridoio. Ci vogliono due genitori fantastici come Tina e Nico, innamorati tra loro e della vita. E allora, sì, sa sorridere, Luca: «Mi dà ai nervi che gli svizzeri non mi credano. Io dico: eravate sul posto dove m’è successo? No. E allora?». Ha appena scoperto Margherita di Cocciante, gli piace Bocelli e sa suonare qualcosa di Stevie Wonder, l’adolescenza sta in una nota, in fondo, com’è stato per tutti noi. Forse farà il cantautore, dice. Mamma Tina immagina un futuro in cui le staminali lo rimetteranno in piedi e allora sembrerà un miracolo a chi lo credeva morto. Ma il miracolo è già qui e ora, nella vita che resiste nonostante tutto, nella maglia di Del Piero che Luca sfoggia per il nostro fotografo. Quando Alex gliel’ha regalata, «è dell’ultima partita», lui gli ha alzato addosso gli occhi che aveva da bambino, proprio gli stessi: «L’hai lavata, almeno?», e ha sorriso, come se lo vedesse.

Goffredo Buccini
Corriere della Sera 19.12.2011
http://www.corriere.it/cronache/11_dicembre_19/il-ragazzo-vissuto-2-volte-e-la-caccia-dei-genitori-a-chi-lo-ridusse-in-coma-goffredo-buccini_1004bcaa-2a09-11e1-88bd-433b1e8e4c01.shtml

Si deve imparare a diffidare delle diagnosi mediche, soprattutto nell’ambito dei comi da trauma cranico. L’affidamento acritico favorisce la degenerazione della sanità ed il crimine. 

I fatti raccontati nell’articolo del Corriere della Sera del 19 dicembre 2011, dimostrano ancora una volta che la “morte cerebrale” è una finzione utilitaristica e che alla richiesta dei medici di donare gli organi va risposto un NO categorico, totale, duro. 

La richiesta di organi è sempre un atto crudele, scandaloso, disgustosamente tragico, vile e ricattatorio.

Nerina Negrello – Presidente

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